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Evoluzione degli alimenti per animali da compagnia

Premessa
Negli ultimi anni il mercato italiano dei prodotti alimentari destinati al cane a al gatto è risultato fra i più dinamici in Europa e fra i primi al mondo, con una crescita complessiva a un tasso medio annuo di oltre il 5%. Da vari indicatori a disposizione emerge come tale crescita si è verificata a fronte di sostanziale stabilità delle popolazioni di cani e gatti presenti in Italia, pertanto è lecito ritenere come l’aumento dei consumi sia da attribuire a un progressivo cambiamento negli stili di consumo delle famiglie, piuttosto che a un aumento del numero complessivo degli animali domestici. I fattori trainanti di questa crescita italiana consistono nella progressiva riduzione della razione casalinga, in favore dei più pratici e tradizionalmente completi alimenti industriali; nell’attribuzione all’animale domestico di un ruolo analogo a quello dei membri della famiglia umana; nei canali distributivi. Le necessità e le opinioni dei proprietari di cani hanno un’importanza fondamentale nel marketing degli alimenti per gli animali da compagnia. Spesso il primo obiettivo dell’industria consiste nell’identificare queste necessità: mentre alcuni proprietari si preoccupano infatti di offrire il migliore nutrimento, altri considerano più importanti la gradevolezza e l’appetibilità, altri ancora sono più interessati al costo, alla facilità di reperimento o alla semplicità d’uso.

In conseguenza di ciò, negli ultimi anni si è sviluppato un “marketing di larga diffusione” con alimenti generici promossi per la vendita nei supermercati e che attraggono coloro che cercano un alimento bilanciato, abbastanza pratico e conveniente con una gamma di prodotti che contempla ricette a base di carne delle diverse specie, così da garantire una produzione vasta e articolata in grado di offrire alla clientela un’ampia possibilità di scelta.

Accanto ai prodotti di larga diffusione si è pure sviluppato un “marketing di nicchia” indirizzato allo sviluppo, alla promozione e alla vendita di prodotti specifici, nella maggior parte dei casi venduti nei negozi specializzati per animali: in tale contesto le industrie, grazie anche agli sviluppi della ricerca nel campo della nutrizione degli animali d’affezione, hanno proposto alimenti sempre più specifici e adatti a soddisfare le esigenze degli animali nelle varie fasi e nei loro diversi stili di vita. In tal senso sono sempre più numerosi i prodotti concepiti per cani che svolgono un’intensa attività fisica, alimenti per la crescita differenziati per le diverse razze e per i soggetti adulti in mantenimento e in età avanzata.

In una tale situazione di eccesso dell’offerta, che induce le diverse industrie ad aumentare il livello di servizio per unità di prodotto venduto, il consumatore dei prodotti per animali da compagnia affina maggiormente le proprie esigenze divenendo in grado di scegliere meglio i prodotti a lui più confacenti. Questa situazione, unitamente a una migliore cultura sanitaria di base, incoraggia lo sviluppo dei prodotti di elevato contenuto tecnologico. Inoltre, nell’ambito delle strategie evolutive del mercato del petfood, si va affermando sempre più la ricerca di proprietà funzionali già presenti in molti alimenti tradizionali, nonché l’allestimento di prodotti caratterizzati dall’incorporazione di nuove componenti benefiche adattati alle diverse fasi della vita dell’animale, al suo stile di vita e al suo stato di salute.

Evoluzione tecnologica del petfood
Come è noto i prodotti destinati agli animali d’affezione si distinguono soprattutto per il tenore di acqua e quindi per la loro stabilità nel tempo: quelli secchi, in virtù della limitata umidità, e quelli in lattina, in virtù della pastorizzazione finale, risultano essere a più lunga conservazione (Freeman e Michel, 2001).

Da un punto di vista tecnologico i prodotti a umidità intermedia risultano essere maggiormente avanzati, in quanto, con l’ausilio di umettanti, si tende a ottenere un prodotto la cui stabilità è raggiunta attraverso il controllo dell’attività dell’acqua, ottenendo nello stesso tempo un prodotto con un gusto migliore (Rokey e Huber, 1994).

In questo senso anche la tecnologia alimentare applicata alla produzione di alimenti uso umano, investe notevoli sforzi di ricerca in quanto, in generale, un alimento a umidità intermedia, raggiunta senza umettanti e stabile nel tempo, rappresenta la soluzione ideale in termini di qualità gustativa.

Nei petfood gli umettanti sono soprattutto il sale, lo zucchero, la glicerina ecc. Data la relativa importanza di un gusto derivante dalla contemporanea presenza di sale e zucchero, nei cibi per animali questo connubio è quello che più spesso caratterizza tali prodotti. Va tuttavia precisato che la preferenza per il sapore dolce non è innata nel cane, ma acquisita e che uno sviluppo della preferenza per il sapore dolce e la conseguente modifica nelle abitudini alimentari potrebbe rendere gli animali particolarmente predisposti all’obesità e al diabete mellito.

Appetibilità.
L’appetibilità è certamente una componente importante del petfood che condiziona il successo di un prodotto presso l’animale e il proprietario, da cui si comprende la particolare attenzione dell’industria alla comprensione dei meccanismi coinvolti (Corbin, 2000).

Diverse sono le componenti che concorrono a determinare l’appetibilità del cibo: fra queste l’odore, il gusto, la forma e la struttura. Le differenze fisiologiche quali razza, sesso, età, ambiente, trattamenti medicamentosi possono influenzare o modulare la percezione degli odori (Cowell et al., 2000). La diversa estensione della superficie della mucosa olfattiva delle diverse razze, la minore acuità olfattiva dei soggetti anziani e dei cuccioli rispetto agli animali adulti, le variazioni di temperatura ambientale, somministrazione di farmaci (vasocostrittori, vasodilatatori, antibiotici, antinfiammatori) determinano infatti variazioni di natura sensoriale e comportamentale che devono essere tenute in considerazione nello sviluppo dell’appetibilità dei cibi.

Le indagini sulla percezione del gusto e dei suoi sistemi (acido, aminoacidico, nucleotidi) hanno portato allo sviluppo di ingredienti e aromi che possono rinforzare la percezione del sapore e quindi l’appetibilità (Roudebush, 1993).

Gli aromi utilizzati negli alimenti per animali da compagnia sono di differente forma (polvere o liquida) e origine (naturali o sintetici) e rappresentano dallo 0.5 al 5% degli ingredienti. I criteri di scelta del tipo di aroma e la sua concentrazione dipendono dall’odore (giusto compromesso tra la percezione degli odori da parte degli animali e quella del proprietario), dai test di appetibilità, dalla sua conservazione, dal suo costo. Fra gli esaltatori del gusto e relativamente al cane si ricordano la lisina, l’acido lattico e l’estratto d’aglio, differenti idrolizzati di origine animale quali fegato ed estratto di carne.

Tuttavia, anche nel caso del gusto, vari fattori legati al sesso, all’età, allo stato di salute dell’animale sono in grado di modulare la percezione del sapore e pertanto una buona conoscenza delle diverse caratteristiche individuali può spiegare le differenti abitudini alimentari ed è fondamentale per un adeguato approccio dal punto di vista nutrizionale.

Qualità delle materie prime.
La certezza di un’ottima appetibilità implica naturalmente la scelta delle materie prime, tenendo conto delle preferenze delle diverse specie, anche se non si possono escludere differenze individuali. Così, per esempio, se le frattaglie rosse risultano per entrambe le specie più appetibili rispetto a quelle bianche, la carne di manzo e pollo nel cane è preferita a quella di maiale e quest’ultima risulta generalmente più appetibile rispetto all’agnello e al cavallo.

Ma al di là di alcune variazioni tra soggetti, è fondamentale esercitare una rigorosa selezione delle materie prime e un adeguato controllo circa la loro qualità (Halpin et al., 1999). La produzione degli alimenti è infatti un processo piuttosto complesso, molto sensibile a qualsiasi cambiamento nella formulazione, trattamento termico (estrusione, sterilizzazione), aromatizzazione, confezionamento.

Per tali motivi su tutte le materie prime e sui prodotti finiti andrebbero effettuati controlli fisici in parallelo con analisi biochimiche che vanno da valutazioni di carattere organolettico (colore, odore, aspetto), alle determinazioni analitiche dei principi nutritivi, fino alla rilevazione dell’adeguatezza dell’impronta olfattiva di alcune sostanze mediante l’impiego del naso elettronico (Olsson et al., 2000; Feast, 2001). Tanto più i controlli eseguiti in ogni fase del processo produttivo risultano conformi ai parametri predefiniti, tanto più vengono garantite l’appetibilità e la qualità del prodotto finito.

Caratteristiche fisiche dell’alimento.
La differenza fondamentale in termini nutrizionali fra gli alimenti destinati agli animali da compagnia e i prodotti per l’alimentazione umana consiste nel fatto che i primi forniscono generalmente un apporto nutritivo atto a coprire l’intero fabbisogno giornaliero, anche se non vanno dimenticati i prodotti cosiddetti complementari (paste, snack, ecc.). In tal senso, sulla scia dell’evoluzione tecnologica del settore mangimistico in generale, le caratteristiche fisiche degli alimenti sono ritenuti requisiti di notevole importanza anche nella produzione di alimenti per animali d’affezione di elevato livello qualitativo.

La densità di un ingrediente o di un prodotto finito è un parametro importante per valutarne l’omogeneità, poiché la mescolanza di materie prime con differenti pesi specifici, a volte, può influenzare negativamente l’uniformità e la stabilità di un alimento. Ogni mangime è un composto eterogeneo di ingredienti e di additivi vari sotto forma di particelle aventi caratteristiche fisiche, morfologia e dimensioni differenti. La dimensione delle particelle, propriamente detta granulometria, è in rapporto diretto in primo luogo con la macinazione, ma anche con le modalità di miscelazione. La granulometria è un parametro fondamentale di un mangime, che influenza notevolmente sia la digeribilità che l’uniformità del mangime stesso. Un prodotto finito è uniforme quando ogni campione da esso prelevabile è identico, per contenuto nutritivo, a qualsiasi altro campione, ovvero è in grado di fornire una dieta bilanciata e costante per ogni prensione di alimento. Ciò è possibile solamente se i microingredienti sono inseriti nelle giuste quantità e sequenza e correttamente distribuiti in proporzione alle dimensioni delle particelle dei singoli ingredienti. La buona distribuzione dei microelementi assume importanza notevole quando l’animale ha limitate capacità di assunzione dovute all’età o allo stato fisiologico o patologico. Ogni singola fase di produzione dovrebbe essere condotta in modo da fornire all’animale un alimento il più omogeneo e uniforme possibile, ponendo particolare attenzione alla inclusione di additivi nel prodotto finito, quali antiossidanti, vitamine, oligoelementi, sostanze aromatizzanti, pre e probiotici (Watzke, 1998).

Le dimensioni e la distribuzione delle particelle costituenti le materie prime o i mangimi finiti vengono determinate tramite l’analisi granulometrica. Più recentemente sono state introdotte tecniche quali l’image vision (microscopic image analysis) e la diffrazione o assorbimento tramite laser (Wrigley, 1999; Shouche et al., 2001).

La tessitura dell’alimento, ossia l’insieme delle sue caratteristiche di struttura, durezza, diametro, spessore, consistenza e densità, è dunque una componente importante del petfood degli ultimi anni e viene ormai tenuta in grande considerazione dall’industria durante la progettazione dei “bocconi” o delle “crocchette” in quanto può influenzare in modo positivo o negativo il grado di accettabilità di un prodotto. La forma del cibo è soprattutto determinata dalle caratteristiche fisiche degli alimenti, dalla loro capacità di espansione (maggiore per l’amido di riso rispetto ad altri cereali) e di legame, dalla loro capacità di trattenere l’acqua, mentre i parametri fisici dell’estrusione-espansione, temperatura e durata delle diverse fasi del processo di produzione concorrono maggiormente a determinare la struttura del cibo, in particolare della crocchetta, e sono altresì responsabili anche della durezza finale del prodotto. Si ricorda che quest’ultimo parametro può risultare influenzato anche dalla quantità di grasso generalmente elevata nella formulazione del petfood, essendo presente in alcune formule fino a livelli del 20-25%.

Ma è soprattutto la struttura finale dei prodotti che varia a seconda della destinazione; per esempio, quelli per gatti posseggono una struttura meno densa e più fine di quella per cani, al fine di incoraggiare la masticazione e di modulare la velocità di ingestione dell’alimento. È noto, inoltre, che l’influenza di forma, consistenza e densità del cibo secco può risultare diversa a seconda dell’età dell’animale: così i cuccioli o i soggetti anziani possono manifestare particolari difficoltà nell’assunzione e nella masticazione del cibo rispetto agli animali adulti. Ricerche più approfondite sui comportamenti alimentari, sulle modalità di prensione alimentare e sulle conseguenze sulla digestione potranno fornire indicazioni più dettagliate per lo sviluppo e la produzione di “crocchette” o “bocconi” di dimensioni, forma e consistenza più adatte alle esigenze delle diverse razze e categorie di animali.

Proteine e allergie alimentari.
Lo sviluppo scientifico degli ultimi anni ha determinato un cambiamento per quanto riguarda l’approccio alla nutrizione azotata, che si è concretizzata, in conseguenza del consumo finale, del metabolismo conosciuto, dell’assorbimento fisiologico e delle diverse patologie, in modificazioni importanti del tipo di proteina utilizzata e dei livelli minimi e massimi del tenore proteico e aminoacidico della dieta. Pur non dimenticando le indicazioni dietetiche proteiche consigliate per la prevenzione o il supporto terapeutico nel corso di alcune patologie, in questa rassegna si vuole ricordare la possibilità di utilizzare proteine idrolizzate e opportunamente integrate con adeguati apporti aminoacidici, di basso peso molecolare e a elevato tasso di digeribilità come possibile alternativa alle varie proteine “tradizionali”, di elevato peso molecolare, responsabili dell’insorgenza di reazioni allergiche. Ne è un esempio la proteina della soia idrolizzata che, integrata opportunamente con metionina, presenta un valore biologico paragonabile a quello della caseina o della polvere d’uovo, ma con una ridotta capacità allergenica rispetto alla farina di estrazione “iniziale”.

Non si vuole in questa rassegna entrare nei dettagli di tutti i fattori ritenuti responsabili e dei meccanismi preposti allo sviluppo delle manifestazioni allergiche o delle intolleranze su base alimentare, tuttavia si può generalmente ritenere l’alimento come una miscela complessa contenente numerose componenti allergeniche e non allergeniche. Da questo punto di vista tutte le sostanze introdotte con la dieta, in particolare quelle di natura proteica, possono essere considerate potenziali allergeni poiché vengono riconosciute come corpi estranei dal sistema immunitario dell’organismo. Le manifestazioni allergiche di natura alimentare possono veder coinvolte tutte le più comuni fonti proteiche della dieta. Nella maggior parte dei casi, l’organismo si adatta a queste molecole dotate di elevata stabilità e resistenza ai trattamenti al calore oltre che ai processi digestivi. Tuttavia proprio l’ambiente gastroenterico, grazie alla presenza di enzimi, sostanze acide, sali biliari, può svolgere un ruolo determinante nel rendere inattive o mantenere attive dal punto di vista immunologico le proteine della dieta, anche se non si possono escludere eventuali modifiche strutturali delle proteine nel corso dei trattamenti al calore e, pertanto, nei soggetti più “sensibili”, gli allergeni di natura alimentare passano, attraverso l’epitelio intestinale, nel sistema linfatico o circolatorio scatenando le reazioni note (Roudebush et al., 2000).

Le strategie nutrizionali adottate nel corso di un’ipersensibilità da cibo prevedono l’identificazione “dell’alimento responsabile”, attraverso la somministrazione delle diete cosiddette “a esclusione” che richiedono la massima collaborazione tra veterinario e proprietario. Una volta individuato l’alimento responsabile, questo viene eliminato e sostituito da un altro alimento. In tal senso sono state proposte in passato diverse fonti proteiche (montone, agnello, struzzo) in alternativa a quelle considerate allergeniche. Tuttavia questo approccio dietetico non sempre produce risultati interessanti, poiché il miglioramento dal punto di vista clinico è da mettere in relazione a una minore “esposizione” alla nuova proteina. Per contro, come riportato in precedenza, la capacità di una proteina allergenica di indurre un’ipersensibilità mediata dalle immunoglobuline (Ig-E) risulta essere maggiormente in funzione delle sue caratteristiche fisiche, in particolare della struttura e della grandezza molecolare.

Da questo punto di vista l’impiego di proteine più semplici, ma opportunamente bilanciate sotto il profilo aminoacidico, potrebbe rappresentare una valida alternativa, anche se per un maggiore controllo dietetico-terapeutico non si può escludere il contributo delle altre componenti della dieta (amidi, grassi, vitamine, oligoelementi).

Estrusione.
Una fase indispensabile di produzione e che ritroviamo in quasi tutti i processi è rappresentata dalla cottura che, nel caso particolare degli alimenti secchi, è realizzata dall’estrusione, ottenuta con estrusori a testata accoppiata. Queste nuove tecnologie consentono un aumento della produttività e maggiore versatilità a livello degli ingredienti (Wiedmann, 1995).

Con il twin extruder è infatti possibile ottenere prodotti con il più alto contenuto in grasso. Questa tecnologia ha trovato sviluppo notevole anche in virtù del sempre più frequente utilizzo proprio nell’industria dei petfood. Alcuni recenti sviluppi impiantistici sono stati messi a punto grazie all’applicazione all’interno della gamma di questi prodotti. L’estrusione con il contemporaneo rivestimento con un coating del prodotto per infusione sotto vuoto è una di queste innovazioni. Essa consente di ottenere prodotti con più del 35% di liquido, che rimangono quindi soffici senza però essere spugnosi.

L’estrusione inoltre, se effettuata alle appropriate condizioni di temperatura e di pressione, produce sostanzialmente una pastorizzazione dei prodotti.

Un altro intervento tecnologico in questa fase si basa sul pre-condizionamento prima dell’estrusione attraverso trattamento con vapore del mix, in modo da facilitare e anticipare la gelatinizzazione dello stesso. La ormai affermata co-estrusione permette di ottenere prodotti con due strutture e di proteggerli rendendoli più stabili nel tempo attraverso un rivestimento adeguato.

Grazie all’evoluzione tecnologica del processo di estrusione è pure possibile modulare la risposta glicemica dell’alimento, ricorrendo a varie fonti di amido (es. sorgo), notoriamente meno digeribili rispetto a quelle più tradizionali (riso, mais), esercitando quindi un controllo dei processi associati al diabete. È noto infatti che la risposta glicemica di un alimento è solo in parte prevedibile dalla sua composizione chimica, essendo anche il risultato, oltre che delle abitudini di consumo e della frequenza dei pasti, di trattamenti tecnologici quale il tipo di cottura, che può migliorare l’utilizzazione digestiva dell’amido sia pur rallentando l’assorbimento del glucosio.

Altra fase particolarmente importante nel processo è costituita dall’essiccamento dei prodotti. Quelli a basso contenuto di acqua ne contengono in effetti meno del 12%. Valori superiori a questo livello li rendono migliori da un punto di vista gustativo, ma contemporaneamente vulnerabili da quello microbiologico.

Gli essiccatori dovranno dunque garantire un perfetto controllo di qualità e soprattutto una omogeneità di distribuzione della stessa onde evitare punti di rischio nella struttura del prodotto.

La fase di raffreddamento prima del confezionamento è anch’essa di rilevante importanza per ottenere un’omogenea e stabile struttura. Negli ultimi tempi gli impianti di raffreddamento hanno subito notevoli miglioramenti con un’enfasi posta soprattutto sull’aspetto sanitario. Un problema generalmente a essi connesso è quello relativo all’effettuazione della fase di pulizia, in particolare per quelli del tipo a nastro. Il passo successivo che si sta implementando negli impianti più avanzati è quello del controllo sia dei parametri di processo sia di quelli di prodotto attraverso tecnologie computerizzate.

Alcuni impianti monitorati attraverso questi sistemi utilizzano sensori che governano il processo sviluppandolo all’ottenimento di parametri specifici come densità, digeribilità e caratteri organolettici, consistenza, oltre che naturalmente umidità residua, che vengono inseriti come input di programma. L’estrusore può, mediante l’uso di modellazioni, operare in maniera di realizzare un prodotto che possegga le caratteristiche richieste dagli input (Jorgensen, 2002).

Parallelamente allo sviluppo del settore industriale, anche quello relativo alle metodiche e strumentazioni d’analisi per il settore specifico aggiorna l’offerta con una scelta di attrezzature e kit che consentono di migliorare sempre più la qualità dei prodotti. In particolare i sistemi NIR all’infrarosso consentono con una sola apparecchiatura di analizzare sia il prodotto tale e quale sia il campione macinato, in termini di grassi, proteine e fibre, che rappresentano i parametri nutritivi più importanti in questo settore. I risultati, ottenibili in pochi minuti, consentono un efficace controllo in linea delle produzioni.

Sicurezza alimentare.
Anche nel settore della produzione di alimenti per animali da compagnia, il controllo degli aspetti qualitativi e di sicurezza alimentare ha assunto ormai un’importanza sempre maggiore. Eventuali imperfezioni durante la fase di lavorazione possono risultare dannose provocando una ridotta conservazione e una minore appetibilità e digeribilità del prodotto. Inoltre, come già sottolineato, gli ingredienti utilizzati e i mangimi finiti dovrebbero essere sottoposti a rigorosi controlli non solo da un punto di vista nutrizionale, ma anche sanitario. A tale riguardo va osservato che, per quanto riguarda le materie prime, molto dipende dalla corretta selezione dei fornitori da parte dell’azienda. Per quanto riguarda la presenza di patogeni di varia natura va detto che i trattamenti termici (estrusione, sterilizzazione) dovrebbero garantire un’adeguata sanità del prodotto. Tuttavia, nel caso delle micotossine, i trattamenti ad alta temperatura e forte pressione non sempre escludono la presenza di queste sostanze indesiderate, che potrebbero svilupparsi specialmente quando non si procede a una essiccazione corretta e a uno stoccaggio adeguato dei prodotti. Tra gli ingredienti a rischio più elevato utilizzati per la produzione dei petfood vi sono i cereali e le farine di carne e di pesce (Richard et al., 1993). Naturalmente non va considerata solo l’eventuale “responsabilità” dell’impianto di produzione; anche l’inadeguata conservazione per lunghi periodi del prodotto acquistato, per esempio in ambienti caldi e umidi, può favorire lo sviluppo di questi metaboliti, che, come già sottolineato, non vengono totalmente distrutti dal calore e possono rimanere nel prodotto finale anche dopo la sua cottura (Mellor, 2003). Nonostante la scarsa attenzione al problema nell’ambito degli animali d’affezione, la presenza di micotossine può essere causa di intossicazioni di varia entità in considerazione della sensibilità individuale, dell’età, dello stato nutrizionale e ormonale (gravidanza). Recenti acquisizioni sperimentali indicano una sensibilità del cane all’aflatossina B1 (DL50 pari a 0.5-1.0 mg/kg) paragonabile a quella riscontrata per le anatre e per i conigli, normalmente considerate le specie più sensibili (Rumbeiha, 2003). Nonostante i livelli analitici riscontrati nei comuni alimenti per cani risultino ampiamente al di sotto dei valori sperimentali di DL50, il problema non va sottovalutato poiché, considerato che frequentemente gli animali d’affezione assumono mangimi secchi per lunghi periodi, se non per tutta la durata della loro vita, non si può escludere che, a lungo andare, anche livelli ridotti di contaminazione nella dieta abbiano ripercussioni negative sulla loro salute.

Anche per quanto riguarda la deossinivalenolo (DON), prodotta da funghi appartenenti al genere Fusarium, sono stati segnalati fenomeni di rifiuto dell’alimento con livelli di contaminazione pari a 4.5 ppm DON nel cane (Hughes et al., 1999).

Per alcuni prodotti possono essere indicati accertamenti specifici quali per esempio il contenuto di acidi grassi e il grado di rancidità per grassi e oli. Si ricorda a tale proposito che la presenza dei grassi negli alimenti destinati agli animali d’affezione è di notevole importanza soprattutto in considerazione del loro metabolismo energetico e dell’elevata appetibilità, oltre che per l’apporto di acidi grassi essenziali. Tuttavia non si deve dimenticare che tali sostanze, in particolare per quanto riguarda la componente insatura, sono facilmente soggette a fenomeni di ossidazione e irrancidimento, soprattutto in condizioni di esposizione alla temperatura e umidità elevate. Oltre alla scelta e al controllo delle materie prime e dei trattamenti da parte dell’industria di produzione, che negli ultimi anni ha affinato le conoscenze sull’efficacia di numerosi antiossidanti, non deve venire a mancare l’attenzione del proprietario nel favorire la perfetta conservazione dei prodotti che, in caso di alterazione dei grassi, possono essere responsabili di rifiuto del cibo (a seguito di alterazione del gusto), manifestazioni diarroiche ed effetti secondari in conseguenza di un minore assorbimento vitaminico, in particolare A e E.

Un aspetto nell’ambito della qualità e sicurezza degli alimenti per animali d’affezione che andrebbe approfondito per le ripercussioni sullo stato di salute degli animali riguarda il contenuto di amine biogene, in particolare di istamina. Nell’ambito di un’indagine sono stati rilevati livelli di istamina nei petfood molto variabili, con tenori particolarmente elevati soprattutto negli alimenti per gatti a base di pesce, come è logico attendersi. Non va tuttavia trascurato che altre materie prime, oltre al pesce, presentano livelli importanti di istidina. Fra questi si segnalano alcune frattaglie come il fegato, il polmone e l’intestino, ma anche alcuni vegetali quali il pomodoro e gli spinaci. Nel corso di altre indagini, tuttavia, non sono stati evidenziati aumenti del contenuto di istamina in alimenti mantenuti a temperatura ambiente, a differenza di quanto si verifica per altri contaminanti, come le micotossine (Guilford et al., 1993). Se ne deduce che la presenza di tali sostanze è più che altro da riferire all’azione delle istaminasi presenti in alcuni tessuti (sangue, rene, mucosa intestinale) e di carbossilasi di origine batterica più che alle scarse condizioni di conservazione del prodotto finito, anche se risulta importante un adeguato apporto di sostanze stabilizzanti. Va infine tenuta presente una certa variazione di sensibilità fra gli individui che potrebbe avere ripercussioni negative sullo stato di salute, nonostante i tenori di istamina riscontrati negli alimenti risultino comunque inferiori a quelli ritenuti dannosi (Hickman et al., 1990).

Conclusione
Il comparto del petfood è in continua evoluzione grazie alla maggiore sensibilizzazione verso gli animali d’affezione e ai mutati stili di vita. Così si spiega la notevole penetrazione di mercato da parte degli alimenti industriali, da cui una crescente concentrazione delle industrie a livello di multinazionali e un diverso approccio all’alimentazione del cane e del gatto da parte del proprietario; chi sceglieva i prodotti industriali con cadenza occasionale ora è portato a farlo con sempre maggiore frequenza o addirittura a fare uso solo del petfood.

In alcuni casi l’industria del petfood rappresenta un’estensione delle industrie di alimenti destinati all’uomo: in tal senso il settore del petfood apre un mercato per gli “scarti” di macellazione (es. frattaglie), cereali non adatti all’alimentazione umana e per altri “sottoprodotti” che non potrebbero altrimenti garantire profitti. Pur non dubitando della sicurezza di questi prodotti (si ricorda a tale proposito che una Ordinanza del Ministro della Sanità – G.U. n. 284 del 5 dicembre 2000 – garantisce della provenienza e sicurezza di prodotti destinati alla produzione degli alimenti per gli animali d’affezione), non si può escludere che l’apporto nutrizionale, a causa della diversa provenienza delle materie prime, possa variare da lotto a lotto.

Per contro, negli alimenti di alta gamma si è assistito negli ultimi anni a un’intensa attività di innovazione da parte delle aziende leader di mercato e a un continuo processo di ampliamento e segmentazione dell’offerta.

Accanto a questi si vanno sviluppando le “nicchie” cosiddette emergenti di prodotti biologici o vegetariani, e in futuro dei prodotti ottenuti con organismi geneticamente modificati.

In un contesto di un continuo aumento dell’offerta e dello sviluppo di nuovi prodotti, sempre più importanza assumerà la ricerca di qualità e sicurezza dei prodotti da parte dell’industria, nonché l’azione informativa svolta dai medici veterinari, in relazione alla scelta del prodotto più adatto in funzione delle esigenze nutrizionali e all’adozione di comportamenti più corretti, come per esempio la limitazione nel caso di apporti calorici eccessivi o l’eliminazione di particolari alimenti dannosi per la salute dell’animale.

Vittorio dell’Orto, Valentino Bontempo
Dipartimento Scienze e Tecnologie Veterinarie per la Sicurezza Alimentare
Università degli Studi
Facoltà di Medicina Veterinaria, via Celoria 10 – 20133 Milano

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