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Cani di razza: bellezza o utilità?

 

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Ho letto che uno studioso dell’Istituto di genetica animale dell’Università di Vienna sosteneva la totale divergenza che si creava tra abilità e bellezza in cani selezionati e giudicati da esperti. Egli si è basato su uno studio di un campione di Pointer che metteva in luce che i vincitori di mostre canine sarebbero risultati meno efficienti come cani da ferma.

Se è vero che l’aspetto e le attitudini di un cane sono la diretta conseguenza delle funzioni per cui la razza di appartenenza è stata allevata e selezionata, sostenere la tesi che un soggetto possa essere soltanto bello o soltanto abile non trova validi fondamenti. 
Per questo motivo l’evidenziare certi aspetti e trascurarne altri, ricercare morbosamente quei caratteri estetici che fanno molto show - e forse anche business - ma che poi producono individui di poca sostanza, da parte di allevatori professionisti non appare un comportamento molto corretto.

Se volessimo entrare nei dettagli del concetto di bellezza in cinofilia, solleveremmo una questione di lana caprina della quale difficilmente si troverebbero un capo e una coda e molti sarebbero i dubbi irrisolti: perché selezionare un cane morfologicamente bello ma che si porta dietro vizi psichici gravi oppure un cane molto abile nella caccia ma non conforme agli standard, oppure ancora abile e bello ma non adatto alla famiglia in cui vive? 
Certamente mi sentirei di affermare che l’analisi della conformazione di un cane sotto il profilo morfologico e funzionale non dovrebbe essere finalizzata a un solo esercizio estetico oppure alla ricerca della sola capacità di svolgere un lavoro, ma piuttosto dovrebbe mirare a preferire nella riproduzione quei soggetti che possano garantire una linea di sangue anzitutto sana, cioè priva di vizi o tare morfologici e caratteriali; dovrebbe poi poter garantire anche una bellezza utilitaria, secondo il principio condiviso in zoognostica per cui un animale è tanto più bello quanto meglio svolge le funzioni per cui è stato selezionato. 

Tale concetto dovrebbe ritenersi valido ancora di più per un cane come il Jack Russell che di bellezza armonica delle forme non ne ha (non vogliatemene). Se si mettono a confronto le linee di un levriero o di un setter, ossia cani caratterizzati da forme slanciate e da altezza e lunghezza prevalenti sui diametri traversi di torace e del tronco, con la struttura rettangolare di un Jack, caratterizzata dalla lunghezza, seppur modestamente, maggiore rispetto all’altezza – per non parlare poi dell’andatura saltellante che induce sorrisi nella gente piuttosto che fascinazione – allora è facile giungere alla conclusione che il concetto di bellezza in cinofilia ha confini estremamente elastici. Quei caratteri distintivi che determinano la caratteristica precipua della razza stessa se traslati a un’altra potrebbero causare un grosso difetto, per esempio le zampe lunghe e asciutte che vengono ricercate negli allevatori di razze da corsa decisamente sarebbero un difetto per un cane stanatore.
Se però vogliamo darci delle regole che servano a trovare punti di convergenza nel valutare un cane e la sua razza, dobbiamo attenerci agli standard prestabiliti dagli organismi di tutela delle razze canine, dobbiamo cioè fissare le regole prima di giocare una partita e poi rispettarle tutte. 
Gli standard devono descrivere quelle caratteristiche biometriche e caratteriali indispensabili per far rientrare un cane all’interno della sua razza, ciò anche a scapito della “genealogia”, ossia non deve essere solamente il pedigree a consentirci di giudicare un soggetto, infatti – e per fortuna – conosco il caso di cani che sono stati giudicati come appartenenti a una razza anche se raccolti dal cassonetto della spazzatura, purtroppo però non sono a conoscenza di casi opposti, cioè di esclusione da una razza nonostante il LOI.

Gli standard poi, possono essere più o meno precisi: possono essere solamente descrittivi oppure dettagliati al punto da prefissare dei valori numerici da rispettare, come alcune lunghezze o alcuni rapporti biometrici. Si potrebbe discutere eventualmente a priori se uno di questi possa essere elemento peculiare di una razza o sull’opportunità o meno di accettare certi standard, ma se, una volta accettato di giocare la partita del cane di razza, volessimo stabilire come una razza dovrebbe essere mantenuta, dobbiamo rigorosamente valutare e soppesare tutti i parametri definiti nella tassonomia ufficiale, tra cui assolutamente da non sottovalutare sono il carattere e le specifiche caratteristiche comportamentali; andremmo invece fuori strada se privilegiassimo uno solo degli aspetti, quello caratteriale o quello morfologico.
Per quanto riguarda la componente caratteriale del cane, o meglio ciò che di essa appare, non sottovaluterei il fattore educazione, unitamente all’ambiente in cui è cresciuto: il cane infatti si adatta al branco in cui cresce e dentro il quale vive e il branco nella maggior parte dei casi è oggi rappresentato da una famiglia di umani. Pertanto la valutazione di un soggetto sotto il profilo caratteriale potrebbe rilevare aspetti che non sono solamente di tipo ereditario ma piuttosto rappresentano l’abilità di un allevatore nel crescere ed educare i propri cani.
Un’altra questione sarebbe da mettere in luce: se le attività di allevamento e mantenimento delle razze canine vengono svolte in maniera intensiva, si rischia di incorrere in problematiche serie, non tanto per il tipo di cane che si ottiene, quanto per la salute dell’animale stesso. Come noto, quanto più si riduce il pool genetico di un ceppo di cani, tanto più alta sarà la probabilità che nascano soggetti con delle tare o dei vizi. Per ovviare agli inconvenienti causati dalla consanguineità dovrebbe essere praticato un rinsanguamento, magari anche con razze diverse, ma come diretta conseguenza avremmo che le prime generazioni discendenti da tali accoppiamenti sarebbero molto probabilmente fuori standard. 
Personalmente la cosa non mi spaventerebbe, anzi potrebbe essere interpretata come una forma di emancipazione dalla rigida accezione di razza, e allo stesso tempo potrebbe essere un modo per diversificarne il tipo; per spiegarmi meglio potrebbe accadere un po’ quello che è successo nell’evoluzione del bulldog in bouledogue francese che da cane da combattimento è divenuto un ottimo e divertente cane da compagnia. Inoltre, si potrebbe ottenere una nuova consapevolezza nel rapporto tra cane e padrone, basato non solo sulla scelta di una razza perché ritenuta bella, o ancora peggio perché di moda, ma sulla scelta di un cane per ciò che questo può fare per il suo padrone (caccia, corsa, guardia, gioco, utilità, compagnia, ecc.) evitando commistioni assurde e incompatibilità strutturali.

A tal proposito mi sentirei di affermare che se il reverendo Russell non avesse ricercato certe abilità o certe caratteristiche somatiche che egli stesso aveva stabilito staccandosi dai canoni delle razze riconosciute in Inghilterra alla fine dell’Ottocento, di sicuro non avrebbe stimolato la selezione di quei cani che sono stati ritenuti terrier impuri per moltissimi anni e che hanno ottenuto il riconoscimento ufficiale solamente in epoca recente. Se egli avesse valutato un cane sulla base degli standard a suo tempo disponibili, si sarebbe limitato a ricercare un buon terrier che però forse non gli sarebbe stato utile per la caccia in campagna. 
A mio avviso gli standard non dovrebbero quindi essere troppo rigidi, ma adattabili sia con il mutare dei tempi - e a tal proposito rimando all’evoluzione che hanno fatto molte razze canine, pastore tedesco in primis - sia con il cambiamento delle esigenze degli allevatori: per esempio la stessa razza utilizzata in ambienti naturali diversi o per lavori differenti potrebbe avere delle varianti specifiche locali più consone con il contesto.
Concludo con un paio di domande: che senso avrebbe allevare samoyedo in città calde del Mediterraneo, oppure obbligare un azawakh, abile cacciatore di gazzelle, a passeggiare nel traffico di Roma, o ancora costringere un Jack pieno di energia in un appartamento se non rendendoli compatibili morfologicamente e caratterialmente con l’ambiente in cui si andranno a inserire?

E cosa succederebbe nel mantenimento di una razza se andassimo incontro a queste esigenze dei padroni e dei loro compagni?

Alessandro Rafanelli

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